Ricordo che Pascoli visse il disagio dovuto alla accelerazione della societa'; egli seppe trasferirlo nella sua poesia in occasione della mitizzazione della campagna che appariva come il paradiso perduto dei valori morali e culturali in contrapposizione alla citta', simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale. Illuminante a tal proposito e' la lettera che Pascoli scrive al pittore De Witt: C'e' del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'e' gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino. Ci sono periodi della storia, congiunture economico sociali in cui l'umanita' subisce forti accelerazioni. Accadde ai tempi di Pascoli, sta accadendo di nuovo oggi. Da sempre tali accelerazioni creano disagio sociale nell'uomo. C'e' chi si lascia trascinare e chi invece combatte, aggrappandosi a quelli che ritiene punti saldi della sua natura; a tale scopo, costruisce su di essi le basi della sua poetica e tenta di condividerla con gli altri. Sono in perfetta sintonia con un saggio che ho letto di recente. Vi era scritto: "L'artista deve riempire ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.
lunedì
LA POETICA
Ricordo un passo di Pascoli in cui scrive: poeta e' poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno e', sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente piu' il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra.... Come la poesia pascoliana non era una mera creazione della fantasia ma il risultato di una particolare capacita' di "leggere" la realta', non e' una invenzione ma il disvelamento di cio' che e' nelle cose, anche in quelle piu' semplici della vita di ogni giorno, altrettanto io con la mia pittura sto cercando di accostarmi alla rappresentazione della realta' con eguale spirito. Sono consapevole e sto lavorando affinche' il piacere della rappresentazione delle cose piu' semplici sia filtrato attraverso uno stile lirico in cui domini il senso della meraviglia e della fantasia fino ad ottenere una personale musicalita' evocativa. L'arte deve essere intuizione pura e ingenua, avere quasi una pre-coscienza della realta', che metta al primo posto la difesa della interiorita' dell'uomo dalla indifferenza e dall'indolente disordine del mondo. L'artista che io cerco di essere deve confondersi con la realta' circostante senza che il proprio punto di vista personale e preciso interferisca: occorre imporsi la rinuncia a parlare di se stesso.
Ricordo che Pascoli visse il disagio dovuto alla accelerazione della societa'; egli seppe trasferirlo nella sua poesia in occasione della mitizzazione della campagna che appariva come il paradiso perduto dei valori morali e culturali in contrapposizione alla citta', simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale. Illuminante a tal proposito e' la lettera che Pascoli scrive al pittore De Witt: C'e' del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'e' gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino. Ci sono periodi della storia, congiunture economico sociali in cui l'umanita' subisce forti accelerazioni. Accadde ai tempi di Pascoli, sta accadendo di nuovo oggi. Da sempre tali accelerazioni creano disagio sociale nell'uomo. C'e' chi si lascia trascinare e chi invece combatte, aggrappandosi a quelli che ritiene punti saldi della sua natura; a tale scopo, costruisce su di essi le basi della sua poetica e tenta di condividerla con gli altri. Sono in perfetta sintonia con un saggio che ho letto di recente. Vi era scritto: "L'artista deve riempire ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.
Pur mantenendo una razionalita' di fondo, organizzatrice della costruzione dell'opera, l'artista, possedendo una sensibilita' speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti piu'comuni,deve comunicare le verita' latenti agli uomini: e' Adamo, che mette nome a tutto cio' che vede e sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale). - Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire); - Coglie l'essenza delle cose e non la loro apparenza fenomenica .
Ricordo che Pascoli visse il disagio dovuto alla accelerazione della societa'; egli seppe trasferirlo nella sua poesia in occasione della mitizzazione della campagna che appariva come il paradiso perduto dei valori morali e culturali in contrapposizione alla citta', simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale. Illuminante a tal proposito e' la lettera che Pascoli scrive al pittore De Witt: C'e' del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'e' gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino. Ci sono periodi della storia, congiunture economico sociali in cui l'umanita' subisce forti accelerazioni. Accadde ai tempi di Pascoli, sta accadendo di nuovo oggi. Da sempre tali accelerazioni creano disagio sociale nell'uomo. C'e' chi si lascia trascinare e chi invece combatte, aggrappandosi a quelli che ritiene punti saldi della sua natura; a tale scopo, costruisce su di essi le basi della sua poetica e tenta di condividerla con gli altri. Sono in perfetta sintonia con un saggio che ho letto di recente. Vi era scritto: "L'artista deve riempire ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.

